La Fine di Berlusconi e del Berlusconismo. Intervista a Dino Amenduni.

Quella di Dino Amenduni è una figura emblematica ed entusiasmante.
Una di quelle persone che a sentirne solo parlare dici:”Quello ne farà di strada…”.
Beh, il ragazzo, tanto per citare Celentano, ne ha già fatta di strada e ci auguriamo che tanta altra ne possa e sappia fare.
Tanto per chiarirci stiamo parlando di un ragazzo di 26 anni con formazione psicologica e master in marketing che lavora per la famosa agenzia di comunicazione Proforma e che ha coordinato la campagna elettorale di quello che è l’attuale sindaco di Bari Michele Emiliano, ha seguito Pierluigi Bersani nelle ultime primarie e coordina lo staff dei nuovi media di Nichi Vendola.
Approfittare della sua conoscenza è un lusso e proprio per questo ho visto in lui la persona più adatta a dar risposta alle mie domande.
Sperando che, almeno in parte, siano anche le vostre.

Partiamo, quindi, con la domanda che più mi assale in questa fase della vita politica del paese. Quale sarà il destino della destra italiana secondo Amenduni?
La destra italiana non potrà che diventare europea. Dunque la battaglia di Fini, che proprio ha conosciuto una dolorosa battuta d’arresto, è in realtà il simbolo di un processo irreversibile. A meno che l’Italia non diventi davvero quel sultanato che Giovanni Sartori ha teorizzato. Sarà dura però essere Berlusconi (di cognome) senza la sua esperienza, il suo carisma e anche il suo coraggio, sia nell’adozione di comportamenti innovativi sia sprezzanti della pubblica morale.


E il Pdl senza Berlusconi che destino avrà?
Il Pdl senza Berlusconi potrà averne al massimo il suo nome. Non c’è nessun’altro politico sulla scena italiana che abbia quel tipo di potere collante (e gli strumenti per tenere insieme tutti gli interessi politici e personali del centro-destra italiano). Dovrà tornare a essere un partito e a soffrirne tutte le patologie: correnti, minoranze, dissidenti, fughe in avanti, ambizioni personali. Lo stiamo già vedendo con il Premier ancora in sella. È come la formazione di un buco in una diga: sta per esplodere tutto.


Ferma restando l’impossibilità di lunga vita politica per i soliti noti, chi dei suoi uomini sarebbe riciclabile in tal caso?
Tutti gli uomini che gli hanno potuto o saputo dire di no o che lo hanno costretto a cambiare una sua posizione sono teoricamente riciclabili. Non lo sono tutti quelli che, per citare Sallusti, “sono diventati ministri come se avessero vinto al totocalcio”, ovvero tutta quella pletora di yes man che hanno accresciuto potere e ricchezza sotto Berlusconi e per quello ne dipendono. Molti di loro, in verità, non fanno parte del PDL o non ne sono di stretta osservanza: vedo molto bene Maroni e Tremonti, ad esempio. Si regge in piedi anche una giovanile ipotesi-Alfano e una suggestiva idea-Carfagna, sempre che i colonnelli accettino di farsi guidare da una giovane donna.


E il suo potere mediatico? Come agirà dopo la sua fine politica?
Non è detto che il potere mediatico della famiglia Berlusconi si riduca fortemente dopo la fine politica del Presidente. Sicuramente dovrà affrontare un contesto nuovamente competitivo (mentre in questi anni lo è stato meno), ma anche questo potrebbe obbligare le sue aziende a lavorare di più e meglio, o a diversificare prodotti e mercati. Non vedo un collegamento diretto o automatico tra perdita del potere politico e perdita delle opportunità mediatiche.

Vendola ha posto la questione “Berlusconismo” prima di quella “Berlusconi”. Posta la fine di Berlusconi a breve, quando e se finirà il Berlusconismo?
Ci vorranno non meno di 30 anni. Lo stesso tempo che Berlusconi ha impiegato per ricostruire l’opinione pubblica, modellarla, pressarla, adattarla ai suoi bisogni. È stato un processo scientifico, che ha richiesto lavoro, condotto da un leader. Ci vorranno queste tre caratteristiche (scientificità, lavoro, leadership) e 30 anni di tempo per cambiare l’Italia. Se mancheranno queste condizioni ce ne vorranno molti di più e non è detto che si riesca a smettere di essere berlusconiani in tempi brevi.

La fine di Berlusconi porta diretti verso il suo conflitto d’interessi che, a mio avviso, potrebbe essere tangibile anche dopo la sua fine politica. In che modo può inserirsi nel duopolio Rai-Mediaset la concorrenza di La7, Murdock e L’Espresso (o altri) una volta passati completamente al digitale terrestre?
Anche questo processo non sarà semplice né facile. Prima di tutto, gli italiani dovranno comprendere bene le nuove opportunità del digitale terrestre, l’aumento delle possibilità e, dunque, maturare la diversificazione del gusto. A quel punto dovranno trovare prodotti di qualità dall’altra parte, altrimenti si ritornerà a utilizzare i media mainstream e siamo punto e da capo. Mi sembra molto più avvincente il processo che negli anni ha portato la perdita di spettatori della TV a tutto vantaggio dei nuovi media, in particolare tra le fasce giovani. Quando i giovani di oggi diventeranno adulti, Internet sarà il primo mezzo di comunicazione per quantità e qualità dell’accesso.



Come cambierebbe il modo di percepire la politica e la vita del paese in tv?
Io non sono un nemico della comunicazione politica (come potrei esserlo?) nè della comunicazione televisiva. Sono un nemico della disonestà. E ritengo sempre molto vigliacco l’atteggiamento di chi dà la colpa delle storture dell’uomo alla tecnologia, come se quelle tecnologie non fossero state inventate proprio dagli uomini. Una classe politica, se è disonesta, prenderà in giro gli italiani a prescindere dagli strumenti che adotterà. È sulla selezione della classe dirigente che bisogna lavorare, non sugli strumenti. La confusione fra i piani salva i politici dall’assunzione di responsabilità. In Italia Berlusconi ha solo esagerato e accelerato processi di “democrazia televisiva” che accadono, naturalmente e senza tantissima polemica, a ogni latitudine. Sarah Palin partecipa a un reality show basato sulla sua vita “selvaggia” e non è certo colpa di Berlusconi.



Ci sarebbe un allineamento alla rete e alla percezione che di essa hanno i giovani?
Da questo punto di vista sono ottimista: Internet è uno strumento di democrazia, partecipazione e apertura. Ma anche qui, non si può pensare che basta Internet per cambiare il mondo. Ci vuole la volontà. In questo caso, se un politico decide di governare, di gestire il potere e di aprire le proprie stanze alla gente, non fa solo una scelta strategica ma anche pedagogica. Se lo facesse per 30 anni, con la stessa determinazione con cui Berlusconi ha unito politica, mediatizzazione, sesso e spettacolo, ci troveremmo davanti a un’opinione pubblica diversa.






Questo è quanto.
Ce lo terremo per altri 30 almeno.
Muniamoci di Camomilla e Valeriana e iniziamo a combattere gli incubi con relativi fantasmi.
Morto l’uomo non muore l’idea.
O, più bucolicamente, calpestata la m*#da il tanfo resta.


Fino a nuovo lavaggio.

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