La Sinistra che si fa Destra.

La lotta tra Destra e Sinistra è vecchia quanto il mondo.
Sempre la stessa storia.
Con maschere e nomi differenti.
Una divisione epocale riscontrabile nelle diatribe tra democratici ed aristocratici nell’Antica Grecia, tra patrizi e plebei nella Roma Antica e persino tra farisei e sadducei ai tempi di Gesù in Palestina.
Scontri di classe e scontri di idee dove troppo semplicistica è la lettura marxiana delle sovrastrutture funzionali e utile risulta una lettura dettata dalla valutazione delle ambizioni individuali e degli interessi di intere fazioni.
Nel mezzo, trovano terreno fertile, casi isolati ma importanti come quello di Giulio Cesare: un tribuno della plebe di famiglia aristocratica che sotto l’apparente impegno per il popolo coltivava l’ambizione della monarchia.
Cesare, in questo modo, negando la democrazia, si guadagnò i gradi di populista e demagogo opportunista capace di leggere le situazioni per trarne un profitto personale “ma anche” nel nome di Roma.
Cosa alquanto usuale, credeva di dover porre un freno alla litigiosità di un senato completamente patrizio e caratterizzato da infiniti conflitti interni, con una sovranità forte e stabile. Non a caso, vizio mai sconfitto, si considerava un uomo del destino e quindi unto.
La storia è nota e si sa come finì.
La vita di Giulio Cesare è il più lampante esempio di quanto destra e sinistra oggi siano contenitori vuoti, delle divise che chiunque potrebbe indossare. Egli apparteneva a un partito che potremmo definire di sinistra e del quale era l’indiscusso capo fazione. Senza ombra di dubbio fece molto per le plebi romane, “per farle star meglio e partecipare alla grande abbuffata della divisione delle terre strappate ai nemici”.
Ma questa politica coloniale potrebbe definirsi di sinistra? Certo che no.
Il tutto, è possibile riproporlo in chiave moderna, dopo che nei secoli è venuto a chiarimento che i poveri, i senza terra, gli operai, i diseredati e gli emarginati, in fondo, non hanno nazionalità e quindi non hanno patria. Il loro interesse è di unirsi sotto un’unica bandiera.
In questa luce, quindi, non può essere considerata di sinistra una politica che miri ad avvantaggiare i poveri di casa propria a danno dei ricchi e dei poveri di un’altra parte del mondo.
Dalla moderna pretesa di esportare la democrazia alla la pretesa di esportare il diritto e l’ordine di Roma, oltre che la sua civiltà.
Per trovare una prima divaricazione politica significativa tra i membri di una stessa società basti guardare alla divisione politica secondo un alto ed un basso, secondo un’ottica che consenta di individuare governanti (dominanti) e governati (dominati). Ciò potrebbe dare ragione all’interpretazione marxista della storia se non fosse che all’interno dei governanti ed all’interno dei governati non si fossero prodotte, da subito, diverse risposte e diverse tattiche ai problemi che via via andavano ponendosi.
La verità, potrebbe essere, insomma, che sia per i dominanti che per i dominati cominciarono a germinare posizioni diverse circa la migliore tattica da seguire per procurarsi vantaggi. E non si parla di strategia a ragion veduta perché da parte dei dominati non si trattava ancora di prevedere una rivoluzione da prepararsi secondo fasi o tappe, ma semplicemente di ottenere vittorie parziali in base a rivendicazioni minimali, oppure abbattere tout court tirannie insopportabili perché giudicate irriformabili.
Allo stesso tempo, dal punto di vista dei dominanti, si trattava semplicemente di scegliere: se impartire punizioni esemplari, appendere i capi della protesta a qualche croce e sterminare i rivoltosi più decisi, oppure di introdurre qualche riforma, accogliere qualche richiesta compatibile con la continuazione del sistema, e poi studiare soluzioni in grado di sfruttare al meglio la nuova situazione.
Non si può parlare di destra e sinistra basandoci su canoni attuali, ma certamente si potrebbe cominciare a parlare di propensione alla ragionevolezza ed alla moderazione da un lato e propensione ad una condotta estremistica dall’altro. Divisioni, dunque, che comincerebbero a tagliare in diversi pezzi la semplicistica e primitiva opposizione tra governanti ricchi e governati poveri dove categorie come estremismo e moderazione non hanno nulla a che vedere sia con i concetti di destra che di sinistra. Definiscono atteggiamento, comportamento ed intenzione possibili sia in campo che nell’altro. Hanno a che fare con la saggezza, l’astuzia, il calcolo politico, ma non determinano l’appartenenza ad una posizione preconcetta; semmai, in misura diversa a seconda delle situazioni, possono concorrere a vincere e a perdere.
Non è scritto da nessuna parte che per vincere bisogna essere moderati, e che estremizzare porta a sconfitta sicura. Nemmeno in democrazia. E forse, soprattutto in democrazia.
Gli esempi storici, purtroppo, non solo non lo escludono, ma a volte lo confermano. I dittatori che sono andati al potere con il consenso popolare sono innumerevoli.
L’opzione per il moderatismo è di tipo etico-morale. Una persona saggia preferisce sempre limitare i danni e quindi il numero di morti e feriti, anche in campo avverso. Una persona veramente saggia non ama la rissa e la calunnia, preferisce un clima di confronto amichevole pur sapendo che esso può favorire l’ipocrisia, la menzogna, l’inganno o l’illusione. Una persona saggia, infatti, sa che menzogna, inganno ed illusione prevalogono più facilmente in un clima di rissa isterica.
Destra e sinistra, quindi, sono antagonismi della politica che vengono pienamente alla luce solo dopo la Rivoluzione francese.
Dalla condanna alla schiavitù di Teofrasto al profetismo di sinistra di Amos, pioniere della teologia della liberazione con il quale comincia a suonare la tromba del dissenso e della critica ai potenti.
Dalla contrapposizione tra civitas dei e città dell’uomo sulla giustizia sociale di S. Agostino a Kant, insomma, secondo cui siamo tutti uguali e che dobbiamo uscire dallo stato di minorità usando la ragione. E tuttavia la ragione è nulla senza una cultura ed un’istruzione.
La vera sinistra si propone certamente un superamento delle diseguaglianze più clamorose, quelle economiche, ma soprattutto si propone di eliminare l’ingiustizia in campo educativo, la discriminazione di casta nell’ambito della formazione culturale e professionale. Discriminazione che non si può abbattere solo con proclami astratti e la retorica dei meritevoli, ma con una scuola concreta, una scuola che porti tutti sullo stesso piano di partenza.
Utopia.
Questa è la sinistra vera.
Non può non essere “un poco” utopica. 
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