La politica e la fiducia nei cittadini.

Ralph Waldo Emerson è considerato il padre del Trascendentalismo.
Pastore della Chiesa Unitariana vide crescere in maniera esponenziale la propria fama in seguito alla stesura di saggi quali “La fiducia in sé stessi”, “L’Oltreanima” e “Destino” tanto da arrivare, in maniera impetuosa, a influenzare e  persino a ispirare, molti decenni dopo, la nascita della Psicologia Umanistica.
Emerson era assolutamente convinto che il pensiero positivo fosse fondamentale per il cambiamento delle persone, che ciò che pensiamo si riflette nella realtà quotidiana e che, soprattutto, quello a cui pensiamo crea il nostro presente e ne determina il futuro. Proprio per questo, egli sosteneva che fossero i nostri pensieri, le nostre azioni e il nostro umore a scrivere le pagine del libro della nostra vita e non il contrario.
L’uomo emersoniano, forte della sua “Superanima” o forza superiore (Nietzsche dovrebbe saperne qualcosa), antepone la comprensione, l’accettazione del mondo e della realtà quotidiana alla fuga o alla ribellione,  cosciente del fatto che per cambiare vita devi cambiare modo di pensare e la qualità dei pensieri.
Fulcro fondamentale del suo pensiero era il Principio di Compensazione ossia quel principio per cui per aiutare se stessi è fondamentale aiutare gli altri e che, viceversa, ci insegna che per aiutare gli altri devi prima aiutare te stesso. Un “do ut des” che diventa esigenza di vita e che possibilmente può divenire “des ut do” (nel caso, perdonatemi la scarsa conoscenza della lingua latina).
Le sue influenze sulla Beat Generation si riscontrarono in particolar modo in Withman e chiaro è il richiamo al concetto di azione ed alla sua carica vitale da anteporre alle lunghe e vuote analisi personali, oltre che alle teorie astratte, dal momento che è sempre possibile correggere e modificare l’azione durante il suo compimento. Il fare affidamento sulla propria unicità, il proprio istinto e quelle che lui chiama le risorse più profonde. La cancellazione di ogni paura quando si agisce e la forza, oltre che la prontezza, di rialzarsi con un sorriso dopo una caduta.
Infiniti furono i consigli sugli sprazzi di vita quotidiana che tutti accomunano. E poco importa se risultano da salotto pomeridiano di Barbara D’Urso quelli che glorificano il ruolo degli amici, quelli vecchi per intenderci, coi quali puoi sempre dimostrare di essere te stesso e grazie ai quali è possibile cominciare a conoscere a fondo la nostra vera personalità e a rivelarci per quello che davvero siamo. Insomma, l’amico è ciò che di più caro esiste e va preservato per sempre. Un inno all’amicizia di natura Puritana. La socializzazione.
Come per Gian Battista Vico, è più che matura in Emerson la consapevolezza dell’assoluta esigenza di valorizzare l’uomo. La consapevolezza che tutti, se messi nelle condizioni più opportune, possono raggiungere vette inimmaginabili.
Un genio che voleva un mondo di geni.
Prendere spunto da una personalità come la sua è alquanto formativo, sia dal punto di vista egoistico-adattativo che da quello dei rapporti interpersonali, più o meno stretti, oltre che nella politica dei politicanti fatta di assenza pressoché totale di fiducia nei confronti della gente comune. La solita storia del popolo bue che non deve sapere e, se deve sapere, deve sapere il futile e il dannoso.
Proprio la politica dovrebbe far tesoro della sua Idea tornando a dialogare con gli elettori non solo durante le campagne elettorali ma ad ascoltarli in tutte le loro vicende, bisogni, paure, proposte e sogni. Passare dall’essere elettori e consumatori ad essere persone, insomma.
Quindi, male farebbe un partito come quello Democratico, qualora decidesse di amputarsi il caratterizzante arto della consultazione popolare delle Primarie (con i cari “Vecchi Amici/Compagni” di Emerson) e grave sarebbe l’imposizione dall’alto di un nuovo leaderismo capace di far passar l’idea antiquata del tanto vituperato e poi rispolverato per convenienza, anche a sinistra, “ghe pensi mi”.
Fiducia in se stessi e fiducia negli altri per valorizzare ed ottenere il meglio alla stregua degli insegnamenti di quel Anthony Robbins così in voga in questi ultimi anni. Fiducia nelle capacità umane che tanto hanno dato al progressismo mondiale e che tanto potrebbero dare al nostro paese. Fiducia che crea partecipazione e riavvicina il cittadino alla politica con la P maiuscola. Fiducia capace di generarne altra per riflesso, o per neuroni specchio, e che tornerebbe al mittente tanto da evitare decisioni impopolari o quanto meno bislacche. Quella fiducia di cui gli italiani necessitano e che attendono ansiosi di poterla ripagare agli eventuali promotori in una spirale di causa-effetto positiva.
Pochi uomini non cambiano un paese e se lo fanno, lo fanno in peggio. Pochi uomini autoproclamatosi portatori dell’ennesima verità che, in quanto ennesima, si rivelerà errata.
Non amo parlare di casta ma, essendo la tentazione troppo forte, mi limito col dire che questa potrebbe continuare a godere degli stessi privilegi, con tanta fiducia popolare in più, se desse una minima parvenza di collaborazione, partecipazione e introspezione sociale agli occhi del cittadino.
La contingenza di crisi economica, politica, morale e spirituale che attanaglia questo funestato paese dovrebbe essere un motivo in più per dare il via a un processo non proprio nuovo ma comunque rodato e capace di coinvolgere l’intera comunità nella proposta di nuove idee e nuove linee guida se non addirittura per risolvere le brutture italiote. La politica che torna ad essere qualcosa che nasce dai cittadini ma che purtroppo finisce solo per morirci. La politica che potrebbe fare un passo indietro e ammettere che così com’è non funziona e che abbisognerebbe del coinvolgimento sociale.
Ci vogliono stupidi? Ci vogliono ignoranti e lontani rispetto alle “loro” faccende?
Immensa è la metafora dei peblei sull’Aventino, ma molto più efficace, visto l’esito di quell’episodio, è quella dell’albero  e del taglio delle sue radici.
Venuta meno parte di queste, viene meno parte dei frutti. Venuta meno parte dei frutti ce ne saranno solo per chi è più forte. Ma, inesorabilmente, venute meno tutte le radici, i frutti vengono meno per tutti e l’albero muore. E a dirla tutta, siccome non si sa mai, spero solo che, in quel giorno che spero lontano, ce ne siano ancora di alberi.
Sperando che Emerson non se l’abbia a male se mi mostro meno positivo di quello che in realtà vorrebbe.








Luigi De Michele
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