Un 20enne candidato sindaco a Milano. Perché?

Da qualche giorno un ragazzo di 20 anni è candidato sindaco di Milano. Si chiama Mattia Calise e rappresenta il Movimento 5 Stelle (qui il suo sito).
Inizialmente ho accolto la notizia con un certo entusiasmo.
Da 27enne appassionato di politica e addetto ai lavori non posso che guardare con favore ogni manifestazione di impegno attivo da parte di persone della mia generazione, dato che abbiamo inspiegabilmente rinunciato alla partita della rappresentanza all’interno delle istituzioni, vuoi per nostra disillusione, vuoi per oggettive barriere all’accesso (difficile trovare spazio nei partiti).
Inoltre mi sento di condividere la “visione” di Beppe Grillo quando dice che “se portiamo una trentina di questi ragazzi in Parlamento, con queste tecnologie, la classe dirigente attuale è finita“. Certo, il processo non può essere automatico né immediato, Grillo ha necessità di esprimersi così per coinvolgere emotivamente il suo pubblico, è più probabile che quel manipolo di innovatori possa obbligare la politica a stare al loro passo, ma il principio è, a mio avviso, formalmente ineccepibile.
Se però ci si sforza in un’analisi in profondità della candidatura, si scopre che la provocazione di un candidato sindaco di vent’anni a Milano rischia di essere eccessiva e controproducente. Provo a spiegare quali sono i tre punti di grave debolezza della proposta usando solo virgolettati di Grillo e dello stesso Calise (che ho preso da questo articolo del Fatto):
“È l’inesperienza il valore aggiunto”. Questo dato contraddice la natura del MoVimento: chi ne fa parte è ben istruito, ama informarsi, è di condizione socio-demografica alta, è attivo politicamente. Grillo in primis si è spesso avvalso di collaboratori di altissimo livello per sostenere le proprie campagne e le proprie battaglie. La lotta al sistema politico attuale passa anche per l’adozione di reali sistemi meritocratici, attraverso la battaglia per avere una rappresentatività basata sulle competenze (i trenta giovani armati di tecnologia, per l’appunto) e non per lottizzazioni politiche: questo gruppo di pressione può essere davvero rappresentato da un sindaco-portavoce che fa dell’inesperienza il proprio punto di forza?
– “Un ventenne è limpido, non fa intrallazzi, non compra hedge funds”. La correlazione tra età e onestà è, semplicemente, una stupidaggine. Molti miei coetanei sarebbero pronti a fare qualunque cosa per uno scatto di carriera (basta andare ad Arcore per averne una prova fin troppo tangibile), così come ci sono molti italiani che sono persone oneste. Punto. L’anagrafe non conta. A me converrebbe teorizzare il contrario, puntare sulla giovane età come sistema di selezione della classe dirigente, ma è semplicemente sbagliato. L’età in sè non è un valore aggiunto senza contenuti, senza saperi, senza coerenza, senza determinazione e, infine, senza consenso.
“L’obiettivo è ottenere qualche consigliere”. In questo caso, invece, non riesco a capire se ci sia ingenuità istituzionale o altro. Infatti il rapporto tra sindaco e candidati consiglieri della liste che lo sostengono non è vincolante. Alle Amministrative esiste il voto disgiunto: posso votare un candidato sindaco e un candidato consigliere di liste che appoggiano un altro candidato sindaco. L’idea di candidare un ventenne sconosciuto e inesperto porta problemi in entrambe le direzioni: se voglio portare candidati consiglieri del MoVimento posso comunque votare un altro sindaco; il candidato 20enne, invece, può indurmi a non votare candidati della Lista Cinque Stelle se non lo dovessi ritenere un degno rappresentante e dunque abbassare il potenziale elettorale del pacchetto (sindaco + consiglieri) grillino.
Potrei utilizzare anche altri argomenti: la quantità di voti necessaria per entrare in Consiglio Comunale in una città come Milano; la difficoltà di intercettare voto d’opinione, l’unico reale bacino elettorale della Lista 5 Stelle, in così breve tempo e presentando la candidatura per ultimi (Pisapia è in campagna elettorale da luglio; la Moratti è sindaco uscente; Palmeri è stato presidente del Consiglio Comunale e gode dunque di una discreta popolarità di partenza).
Personalmente sono preoccupato dai rischi legati al fallimento di questa operazione: la classe politica attuale si potrebbe sentire autorizzata a dire che i ventenni non hanno nessuna possibilità di fare politica attiva, di prendere voti, di cambiare l’Italia. E questo è profondamente ingiusto soprattutto nei confronti di chi dona tempo, denaro, risorse ed energie alla vita di partito, a quella associativa, all’attivismo universitario, al volontariato e a tutti i mondi che possono formare una coscienza politica e civica.
E allora mi chiedo: se lo scopo è rinnovare il consiglio Comunale di Milano, perché Beppe Grillo non si è speso in prima persona lanciando Mattia Calise come capolista al Consiglio Comunale e candidandosi come sindaco in prima persona, dato che il ruolo di primo cittadino è stato interpretato dal MoVimento come coordinatore di una rete, come portavoce di un’insieme di idee provenienti dal “basso”, e non un leader o un amministratore dotato di soggettività politica? Sarebbe stato un ottimo traino del progetto politico e avrebbe trascinato verso l’alto i consensi alla lista e ai candidati, con possibilità nettamente superiori di portare consiglieri a Palazzo Marino.
E poi, se lo scopo di questa operazione è portare i giovani in politica, perché si è tentata l’operazione più difficile in assoluto, ovvero partire da una città come Milano, già “militarizzata” in chiave elettorale, e non si è piuttosto iniziato dai consigli di zona o di circoscrizione, dai piccoli comuni di provincia, dagli assessorati e non dalla sindacatura?
Ho il sospetto che queste scelte siano state fatte solo per avere titoli sui giornali, che la mia generazione possa essere strumentalizzata ancora una volta e in modo ancora più spettacolare e doloroso, peraltro da chi invece dice di fare battaglie per i nostri interessi. Spero che la storia possa smentirmi e spero che i grillini che dovessero passare da queste parti possano dirmi la loro e darmi spiegazioni convincenti.


di Dino Amenduni

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