La Sassata: Mafia brand

Era agosto, era estate, era vent’anni fa, era il porto di Patrasso. Il tizio della dogana aveva la pelle scura come la mia (una razza, una faccia) e qualche etto di tzaziki tra palato e gengive, a giudicare dalla zaffata che investì il mio apparato olfattivo mentre, guardando la mia carta d’identità, biascicò con tipico accento ellenico: «Mmmh… italiano… mafia… roberto baggio». Ripresi il documento, sdegnato, e per il resto del viaggio ripensai a quella frasetta. La trovavo riduttiva. Una sintesi troppo rozza per un grande paese come l’Italia. Insomma, certo, la mafia e Roberto Baggio rappresentano, nei loro rispettivi settori di competenza, eccellenze di livello mondiale. Ma, riflettevo vent’anni fa, che dire della moda, della musica, della cultura, del design, del cinema, dell’ars amatoria? Oggi leggo che Bulgari è passata ai francesi, ultima di una infinita serie di griffe che di italiano conservano solo il nome. Leggo che Cinecittà, culla di un’Italia che insegnava cinema al mondo, sta per fallire. Guardo Sanremo 2011 e non lo scambio per uno spezzone del 1960 solo perché il filmato è a colori. Constato che il ministro della cultura è Sandro Bondi. Rifletto sul fatto che non siamo più da tempo i maestri del design, altrimenti non lo chiameremmo design. E da come tutto il mondo ci prende in giro per il bunga bunga, deduco che “Italians do it better” oggi si è diventato “Italians can’t do it without money and viagra”. In quanto al calcio, Roberto Baggio, ahimé, non gioca più, e le nostre squadre, pompate dai giornalai locali, si spompano appena mettono il naso oltralpe, distinguendosi solo per mancanza di gioco, di idee e di lealtà. Rimane la mafia. Un brand inossidabile, riconoscibile, in continua espansione. Teniamocela stretta, se non vogliamo rischiare di passare inosservati, alle frontiere di tutto il mondo, come degli uzbeki qualsiasi.


di Giovanni Sasso




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