Sono colpevole: arrestate me e tutti i miei colleghi



Mi odio. Perché faccio un mestiere che non è un mestiere. Comunicatore. E che significa? Contadino, avvocato, parrucchiere, quelli sì che sono nomi di mestieri. Comunicatore della politica, peggio, spin doctor, ma di che stiamo parlando? Mi odio e mi denuncio, qui, pubblicamente. Carabinieri, venitemi a prendere, sono colpevole. O quantomeno complice. Tutto cominciò nel 1960, con la cravatta di Kennedy nel duello tv con Dixon. I suoi consulenti, si disse, ne avevano azzeccato il colore e per questo JFK aveva vinto. Peccato che le tv fossero in bianco e nero. Da quel momento in poi, tutto è degenerato. Altro che cravatte. I politici ci chiedono consulenze strategiche anche per scegliere le mutande, le particelle pronominali più acconce, la razza del cane con il quale passeggiare. E, ovviamente, ci commissionano anche le idee per governare. Com’è andata a finire lo vedete tutti. Prendete i Responsabili, quei patetici accattoni di sottopotere che sei mesi fa volevano mandare a casa Berlusconi e che oggi si accomodano nel suo salotto, su nuove, confortevoli poltrone. Dovrebbero chiudersi in un silenzio imbarazzato. E invece, nel bulimico mondo dell’immagine che abbiamo costruito, con le facce di culo (mi perdoni, se può, il culo) a favore di telecamera, cantano fieri il loro nuovo inno ufficiale: «un solo cuore, un’unica idea / per un’Italia ancora tua, ancora mia / per padri e figli e per chi ancora verrà / per un futuro, per chi lo vorrà. / Siamo milioni e un unico Dio / un grande coro e dentro ci sono anch’io». È tutta colpa mia. E adesso non posso far nulla per tornare indietro. Questa autodenuncia è l’ultimo disperato tentativo di far rimpatriare la politica dopo il suo lungo esilio. Arrestatemi, in flagranza di reato, chiudete in cella me e i miei colleghi e gettate la chiave. Ma fate presto, prima che Scilipoti si candidi per il Quirinale.




di Giovanni Sasso



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