#morattiquotes, la campagna su Twitter



A poche ore dalle elezioni Amministrative è possibile tirare già qualche bilancio, almeno per quanto riguarda la comunicazione politica. E c’è una certezza: la migliore idea non è venuta a noi comunicatori, ma a un utente di Twitter, che non credo sia organico a qualche partito o staff elettorale.


Sto parlando dell’utente Twitter AndyViolet, a cui faccio pubblicamente i complimenti per l’intuizione e la nascita dell’hashtag #morattiquotes. Questo mattoncino semantico è, tecnicamente, un meme, ovvero l’atomo linguistico che passa di bocca in bocca, la costruzione che è alla base del passaparola, quell’espressione che nasce in una nicchia e diviene progressivamente patrimonio di una comunità. In parole povere, ogni tormentone è tecnicamente un meme.

A questo punto qualcuno avrà pensato che sto esagerando, che in fondo quello che è successo in queste ore è solo una catena di Sant’Antonio della satira politica, che questi paroloni non andrebbero scomodati per aggiornamenti di 160 caratteri su Twitter. Io invece penso #morattiquotes sia molto di più.

Prima di tutto, può essere utile una definizione di hashtag: si tratta della parola chiave usata in un aggiornamento su Twitter e marcata con il segno grafico “#”; serve all’utente per auto-categorizzare il proprio aggiornamento all’interno di un flusso di comunicazione che unifica tutti i contenuti che portano la stessa parola chiave, rendendolo più facilmente reperibile a chi cerca informazioni specifiche, per argomento, sulla rete. In parole povere, se voglio dire qualcosa sulla Libia, scriverò#Libia all’interno del mio aggiornamento; se voglio cercare aggiornamenti sulla Libia, andrò su Twitter e cercherò #Libia. Questo rende Twitter il più interessante strumento di informazione esistente al momento al mondo: non è un caso che gran parte degli scoop o dei fatti salienti della recente storia mondiale (dall’attentato di Madrid alla pubblicazione dei cablo di Wikileaks, dalla missione per colpire Bin Laden a #morattiquotes) ha mosso il primo passo proprio lì.

La catena di tweets che portano l’hashtag #morattiquotes ha però una caratteristica che in Italia abbiamo visto ancora molto raramente e che diventerà progressivamente una costante della comunicazione politica europea: è un processo creativo di tipo generativo (gli americani direbbero grassroots) in una campagna elettorale. Questo meme ha infatti una caratteristica che solitamente allontana gli utenti dalla partecipazione, ossia la colorazione politica dell’impegno. In questo caso, invece, #morattiquotes ha fatto precipitare la richiesta cognitiva per la partecipazione politica.

Ogni #morattiquotes è un messaggio politico, è una presa di posizione, è la costruzione di un immaginario, è il richiamo ironico e leggero a un momento-chiave della campagna elettorale per le Amministrative di Milano. E questo vale sia per chi scrive, sia per chi legge ed è obbligato perlomeno a pensare al senso politico di quell’improvvisa e spontanea partecipazione popolare.

Quell’hashtag ha reso tutti volontari per Pisapia, anche se chi ha scritto il suo aggiornamento non risiede nel capoluogo lombardo. E, cosa più importante, tutto ciò non è nato (almeno apparentemente) in un comitato elettorale.

Ed è qui che va registrata la straordinaria novità politica: #morattiquotes è il primo caso (che io ricordi) in cui l’impostazione berlusconiana delle amministrative come referendum nazionale sul Governo e sulla sua persona è diventato un boomerang. Dopo che la battaglia milanese è diventata una sfida nazionale per volontà del premier, tutti hanno iniziato a interessarsi alle amministrative milanesi. Questo ha creato il substrato di opinione che ha favorito la nascita di #morattiquotes.

Tutti hanno scritto, tutti hanno letto, tutti hanno condiviso: è successo in tutta Italia e le implicazioni politiche di un gigantesco sfottò di soli 160 caratteri saranno certamente più significative di giorni di comunicati stampa, di montagne di manifesti abusivi, di infiniti costi per le pubbliche relazioni, ore e ore di comizi. #morattiquotes è costato zero (economicamente, in termini di tempo e impegno) a tutti: a chi lo ha creato, a chi ha partecipato, a chi ne trarrà giovamento in consenso e popolarità, a Milano come nel centro-sinistra come tra i propri followers di Twitter.

La lezione per i politici, per i partiti e per i loro staff è netta e inequivocabile: non buttate soldiper comprare spazi di campagna elettorale per inventarvi soluzioni creative patinate o per provare a vendere l’invendibile. Piuttosto, create empatia con la vostra base elettorale e politica di riferimento, delegate i processi creativi e comunicativi ai cittadini (che tanto faranno comunque campagna con o contro di voi, che lo vogliate oppure no), spendete i vostri soldi per monitorare la rete e rendere mainstream ciò che è già molto popolare sul web, e avrete una campagna solida, condivisa, empatica, dunque credibile ed efficace.

Ogni campagna elettorale ha tre scopi: convincere i propri a votare (ogni giorno che passa è questa la vera chiave per il successo); convincere l’elettorato opposto a non andare a votare o comunque demotivarlo assai; portare i pochi indecisi dalla propria parte. #morattiquotes può aver ragionevolmente ottenuto risultati su tutte e tre le variabili. In più, ha già ottenuto un primo evidente risultato, forse il più temuto da un personaggio pubblico, ancor di più se politico: ha reso l’avversario, in questo caso Letizia Moratti, ridicolo.

Considerando che ciò è accaduto a costo zero e senza che Pisapia lo chiedesse, è un piccolo miracolo. Forse l’unico miracolo di queste amministrative.

Nell’immagine, il tweet che ha dato vita all’hashtag #morattiquotes. Per ingrandire clicca qui




di Dino Amenduni





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