Bersani può vincere al primo turno

Editoriale di Luigi De Michele

Il Partito Democratico ha l’autostima sotto i tacchi. I tacchi di Silvio Berlusconi. Se solo riuscisse a conoscere se stesso, a ricostruire la propria personalità e a capire il proprio potenziale, non sentirebbe la necessità di fondare la propria strategia sul mantenimento del ‘Porcellum’, non temerebbe la candidatura di Matteo Renzi, eviterebbe di vivere le primarie come angoscia persecutoria. Vivrebbe della propria unicità. Godrebbe dei propri tratti distintivi. Imporrebbe la propria visione. Non avrebbe paura di ciò che è destinato a diventare.

Perché il Partito Democratico è l’unico partito italiano. Ha un’organizzazione tale da far rabbrividire qualsiasi altro partito europeo, un radicamento sul territorio senza eguali nel Paese, una memoria collettiva che rappresenta un’inestimabile ricchezza. È tutt’ora l’unico partito italiano ad avere una vera democrazia interna, capace di eleggere il Segretario con le primarie di partito, di proporre primarie interne per l’elezione dei deputati e dei senatori, di opporsi alla politica facile, al populismo, alla demagogia e, quindi, al facile consenso.

Eppur qualcosa non va. Il Partito Democratico ha paura della sua più grande ricchezza: gli elettori. Sente di avere la coscienza sporca. Non si fida della loro voce perché, avendo sostenuto il Governo Monti, crede di averli traditi. Crede di aver votato provvedimenti che i cittadini non accetteranno mai. Lascia passar la linea di chi ama ricordare un giorno sì e l’altro pure le gesta della ‘Gioiosa macchina da guerra’. Teme il ritorno di Berlusconi, la forza di Grillo e la freschezza di Renzi. Come se Bersani, il Partito Democratico, non fosse in grado di fronteggiarli. Come se la lotta al leaderismo fosse pura propaganda. Come se non fosse possibile vincere la politica della prima persona singolare con quella della prima persona e della seconda persona plurale. Come se, rapito dalla bellezza altrui, dimenticasse la propria.

Bersani ha forse dimenticato che il giorno delle primarie in cui è diventato Segretario del partito, si espressero più di 3 milioni di elettori democratici? Un solo anno dopo la sconfitta del 2008. Pochi mesi dopo l’umiliazione delle Europee del 2009. Con un elettorato frastornato. Un elettorato demotivato, ma con una lungimiranza che nessuno ha il coraggio di riconoscere. Con un PD al 26%.

Ha per caso dimenticato che Romano Prodi vinse portando al voto più di 5 milioni di persone? Ha dimenticato, o forse non ha mai saputo, che è l’unico politico in grado di mobilitare allo stesso modo l’elettorato progressista? Che un’affluenza più alta assicura una vittoria al primo turno e che una vittoria al primo turno rappresenta il miglior modo per affrontare la campagna elettorale, per imporre una linea univoca al partito e al Paese?

Bersani sa che vincerà. Se solo lo avesse capito prima avrebbe vinto meglio. Avrebbe dovuto credere nel proprio elettorato. Rendere più vivace la campagna. Riportare alle urne almeno gli elettori del 2009 (senza contare chi nel 2009 era demotivato). E allontanare lo spettro delle infiltrazioni: l’elettorato di centrodestra fa già fatica a votare i propri politici di riferimento.

Vincerà con qualsiasi tipo di affluenza. Un’affluenza che si fermasse a 1,5 milioni di persone permetterebbe una facile vittoria (ma sotto il 50%) e un’ottima prestazione del Presidente di Sinistra Ecologia Libertà (risulterebbe determinante la base del PD e di SEL). Renzi riuscirebbe ad accorciare le distanze solo con un’affluenza in grado di portare al voto più di 1,5 milioni di persone. Mentre con un’affluenza prodiana (magari 5 milioni), Bersani potrebbe avere vita più facile e potrebbe portare a casa la vittoria sin dal primo turno.

Il PD ha paura di vincere. Dopo un decennio di abissi non crede più nelle alture. Ha trasformato la possibilità di voltar pagina col berlusconismo in un affare interno. Non ha saputo coinvolgere gli italiani: ha lasciato l’intero spazio alla narrazione renziana pur di parlare all’elettorato moderato, finendo per mortificare l’elettorato progressista. Ha avuto paura di osare, delle proprie idee, della propria storia. E un partito che non conosce se stesso, non conosce il passato, non comprende il presente e non immagina il futuro. Il 33% non è il tetto da raggiungere per sentirsi a posto con la coscienza, un bastone da usare contro i veltroniani. Il 33% è il punto di partenza per un partito in grado di essere egemone in ogni momento storico e un segretario di partito capace di superare senza troppi intoppi l’ostacolo rottamazione.

Chissà che gli elettori non consegnino al Partito Democratico e a Pierluigi Bersani più fiducia di quanta ne abbiano ricevuta.

Annunci