Se vince la Meloni, vince Bersani

Editoriale di Luigi De Michele

Se Giorgia Meloni vincesse le Primarie, Pierluigi Bersani diverrebbe Presidente del Consiglio. Con le sue posizioni anti-imperialiste, anti-europeiste, post-fasciste, populiste e demagogiche, spaccherebbe il Popolo della Libertà, lascerebbe fuggire i ‘moderati’, i ‘liberali’ e i ‘liberal-socialisti’ e rivoluzionerebbe lo scenario politico italiano. Giorgia Meloni è il cavallo di Troia della destra italiana. Rappresenta il Grand Finale dell’ultimo capitolo della saga berlusconiana. Il più grande regalo al progetto bersaniano di costruzione di un patto tra moderati e progressisti.

Giorgia Meloni è la Marine Le Pen italiana. Sposterebbe ancor più a destra il Popolo della Libertà. Lo renderebbe un nuovo Movimento Sociale Italiano. Un nuovo Front Nationale. Una nuova Alleanza Nazionale. Il più grande pacco regalo sotto l’albero di Natale del centrosinistra. La più grande sciagura per le forze del centrodestra moderato, che ancora sperano nel PDL e che si vedrebbero costrette a guardare a sinistra. La morte del Monti Bis, insomma. La fine dei progetti di Casini e Montezemolo. La fine dell’egemonia delle forze di centrodestra in Italia.

La Meloni si ritroverebbe a rappresentare un partito con a carico circa la metà dei consensi rispetto a quelli in dote all’attuale Popolo della Libertà. Si isolerebbe del tutto dalla vita politico-istituzionale italiana e consegnerebbe le forze liberali di centro nelle mani di ‘Italia Bene Comune’. È quanto di peggio possa capitare al partito di Silvio Berlusconi. Un Cavaliere che non sa come uscirne. Vittima com’è dei ricatti dei suoi cortigiani. Un Cavaliere che, così come Bondi, ha capito da un pezzo il rischio che il partito corre: una condanna all’isolamento. Il suo, prima di quello del partito.

Giorgia Meloni rappresenta l’elemento di rottura, la discontinuità con il suo mondo, la fine del sogno liberale e di ogni pretesa di collocazione nel futuro mondo moderato. Rappresenta la fine del suo padrone. L’inizio di una nuova, amara, era. Era da cui potrebbe venir fuori più di un partito. Uno post-fascista, uno liberale e uno moderato che molto presumibilmente confluirebbe nella ‘Lista per l’Italia’.

Berlusconi ha capito da tempo che non può più continuare con il suo assetto anti-europeista, anti-tedesco ed anti-euro. Ogni passo fatto in questa direzione significa morire politicamente. Significa perdere il poco che è rimasto della sua creatura. Significa perdere rilevanza dal punto di vista politico. Significa non poter contrattare per le tante vicissitudini che lo riguardano e che riguardano i suoi fedelissimi. Significa vedersi ritorcere contro in modo deifinitivo le sue disavventure. Zero grazia, zero salvacondotti. Significa troppe, troppe cose. Troppe a tal punto che non sa più come agire. Crede scioccamente che questa sia l’unica via da seguire per non perdere ulteriori consensi.

Insomma, Berlusconi farebbe bene a scongiurare le Primarie. Farebbe bene a tirar fuori il più celermente possibile il suo dinosauro dal cilindro. Ha ancora dalla sua un partito che naviga attorno al 15% e che potrebbe pur sempre recuperare quei 4-5 punti utili a ridiventare il secondo partito italiano. Ne va della sua carriera, della sua forza economica, della sua grandeur e a tratti della sua salute.

Sempre che sia ancora in sé. Sempre che abbia accanto gente che ha ancora a cuore il suo futuro e il futuro del suo partito. Sempre che non sia rimasto intrappolato in una vasca di squali. Gli squali che ha cibato per anni e che in mancanza di cibo, tendono a cibarsi del padrone. Sarebbe una beffa. La più grande delle beffe: quella di mettere al mondo figli ingrati a tal punto di perir per loro mano.

Mai fine fu più triste di chi si circonda della gente nel nome della convenienza.

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