Il destino del Paese passa per la Lombardia

Editoriale di Luigi De Michele

Più dello spread, più della legge di stabilità, del ritorno di Berlusconi, della candidatura di Monti, della tenuta del Movimento Cinque Stelle e della crescita del Partito Democratico, conterà l’esito della sfida epocale tra l’avvocato milanese Umberto Ambrosoli (figlio di Giorgio, dato per favorito nella corsa alle primarie) e l’ex Ministro dell’Interno Roberto Maroni.

Il destino del Paese passa per la Lombardia. È la regione che può sia consegnare il Senato della Repubblica nelle mani della coalizione ‘Italia Bene Comune’ sia costringere il Partito Democratico ad allargare la base parlamentare alle forze liberali del centrodestra montiano. Grazie alla montagna di seggi che mette a disposizione (47), infatti, ha la capacità di rimescolare le carte in tavola, relegando definitivamente Silvio Berlusconi ai margini della politica italiana o resuscitandolo spianandone il terreno a destra, qualora la eventuale ‘Lista per l’Italia’ stringesse un patto di legislatura col PD.

Ambrosoli ha la possibilità di continuare a percorrere il cammino intrapreso negli ultimi tre anni dal Segretario Bersani in direzione della risoluzione della questione settentrionale. Ha i numeri per espugnare il Pirellone dopo la vittoria del centrosinistra a Milano nel 2011 e quella in tutti i comuni e le province in palio nell’ultima tornata primaverile. Rappresenta la miglior carta a disposizione delle forze progressiste ‘qui e ora’. Permette un gioco a carte scoperte. Un gioco che, di riflesso, può traghettare ‘Italia Bene Comune’ verso la maggioranza assoluta al Senato oltre che alla Camera.

Il Partito Democratico è da tempo primo partito regionale, veleggia attorno al 30% circa (PD+Lista Ambrosoli, fonte SWG), mentre l’intera compagine si aggira attorno ai margini del 40%. IBC distanzierebbe in questo modo un’eventuale accoppiata Lega-PdL di 2,5 punti circa (stando alla rilevazione di Weber), che tenderebbero quantomeno a duplicarsi in caso di rilevazione focalizzata sul candidato presidente.

Questo perché la candidatura di Maroni, l’unica candidatura con qualche possibilità di vittoria per il centrodestra, è pressocché improponibile. La base della Lega è in fermento. Non accetta assolutamente una nuova coalizione con il PdL. Preferirebbe, piuttosto, accasarsi presso il 5 Stelle. E in attesa di risposte chiare, non tornerà ad essere l’utile idiota del Cavaliere. ‘Tutti tranne lui’.

Il matrimonio non s’ha da fare. La Lega tornerebbe sotto il 4% nazionale. Perderebbe il primato nelle regioni del Nord. Rischierebbe la scissione: i lombardi da una parte (Bossi, Maroni e Calderoli) e i veneti dall’altra (Zaia e Tosi). Andrebbe in contro all’autodistruzione. Perderebbe definitivamente contatto con la propria base, con i propri ideali, con la propria anima. Tradirebbe se stessa, finendo per prestarsi ad improbabile tappeto rosso di un ritorno in pompa magna di Silvio Berlusconi. Ora che rifiutare l’ex Presidente del Consiglio sarebbe un atto che riscriverebbe la storia della Lega. Il primo vagito di una nuova vita.

Credo che alla Lega convenga saltare il giro. Correre in solitaria per riportare armonia all’interno del partito e tra i propri elettori. Uscire dalla disputa, ripristinare strategie a lungo termine, tornare a crescere come nel 1993. Senza compromessi, senza forzature, senza l’ombra ingombrante del Popolo della Libertà, senza museruole programmatiche. Per scrollarsi di dosso definitivamente il passato e poter indossare nuovamente il futuro.

Deve tornare ad essere il contenitore naturale delle istanze settentrionali. Dopo aver assunto una forma differente e una capienza molto più ridotta rispetto al passato. Dopo essersi autolimitata, si è deformata e ha deciso di non essere più se stessa. Beh, ora ha il tempo e il modo per tornare ad essere quella di una volta: una settimana circa e un no netto.

Se poi Maroni si accontentasse del supporto del Popolo della Libertà e non riuscisse l’attacco al fortino progressista, assisteremmo alla inevitabile fine del partito. Un partito che ha già perso ideali, sogni, elettori, punti di riferimento, simboli, comuni e province in buona parte del Nord Italia, che si appresta a perdere il Piemonte oltreché decine di parlamentari. E che, cosa più importante, perderebbe definitivamente la faccia.

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