Renzi non ha i numeri al Senato

Come ebbi modo di sostenere tempo fa, Matteo Renzi è un bluff.

Ed oggi più che mai, si dimostra tale, in virtù del fatto che continua a far la voce grossa nonostante non possa più permetterselo. È accerchiato. Non ha più i numeri in Parlamento né tantomeno al Senato della Repubblica, dove può contare su appena 15 parlamentari. Non abbastanza da far perdere il sonno al Presidente del Consiglio ed alla Sinistra Dem.

Perché una sua eventuale fuoriuscita dalla Maggioranza di Governo permetterebbe l’immediato soccorso da parte dell’intero Gruppo Misto (quasi del tutto egemonizzato da Sinistra Italian), di buona parte di Grandi Autonomie per la Libertà (quasi del tutto egemonizzata da Grande Sud) e di Alleanza Liberalpopolare Autonomie.

Cionondimeno, qualora per esigenze elettorali il campo del centrodestra ritenesse più opportuno e funzionale far rientrare alla base il Nuovo Centro Destra, per esigenze che, sotto gli occhi tutti, risponderebbero ad un eventuale rischio di perdere non tanto le prossime Elezioni Politiche quanto, addirittura, la possibilità di essere seconda coalizione all’interno del prossimo emiciclo parlamentare, il supporto del Gruppo Parlamentare che risponde a Denis Verdini, risulterebbe ancor decisivo ai fini della tenuta della Legislatura, dacché ha avuto modo di prender vita.

Come se non bastasse, nel caso la situazione dovesse degenerare, in virtù dell’esistenza di accordi di mutuo soccorso sparsi per l’intero Vecchio Continente, nonché palesatesi del tutto all’Europarlamento, a sostenere un Esecutivo targato Gentiloni ci sarebbe Berlusconi con la sua Forza Italia. Quale occasione migliore per affrontare il nodo della prossima Legge Elettorale.

Il Mondo va cambiando, Renzi resta lo stesso. Non comprende o, forse, fa finta di non comprendere come, con la vittoria di Trump e, soprattutto, con la drammatica quanto immeritata sconfitta di Bernie Sanders alle Primarie Democratiche, la sinistra mondiale sia, oggi, dopo più di 25 anni ad un epocale bivio che potrebbe sancirne il ritorno alle sue tradizionali origini: il socialismo democratico. La fine del Congresso della Bolognina. La chiusura di un cerchio. Ennio Doris.

Perché Matteo Renzi non riesce a comprendere ciò? Sarà per una mancanza di visione del Mondo o di visione dell’Uomo oltreché della Sinistra, come da me ampiamente sostenuto in passato? O, semplicemente, Matteo Renzi la pensa diversamente ed altro non è che un restauratore del pensiero Doroteo? In cuor mio credo che Renzi si sia vestito di tutto punto, ma abbia sbagliato giorno. Una realtà amara quanto un Lucano.

Ha sbagliato a correre per la Segreteria del Partito, ad accettare la sfida di diventare Presidente del Consiglio anzitempo, cosiccome ha sbagliato a personalizzare un’intera tornata referendaria. Le ha sbagliate tutte. O, meglio, ha sbagliato a scegliere i propri collaboratori.

Avesse atteso il cadavere del nemico passare con fare berlusconiano, avrebbe potuto cogliere l’occasione di presentarsi realmente come novità politica, in questa importante fase, ed avrebbe fatto saltare realmente il banco. Altro che 40% col 55% di affluenza. Avrebbe fatto man bassa di voti sulle macerie di un Governo spostato a sinistra, scavalcandolo letteralmente.

Così non è stato ed, onestamente, mi ha fatto alquanto specie vederlo citare solo oggi, quasi come uno scolaretto, Zygmunt Bauman alla Direzione di Partito, enfatizzare il candidato alle Presidenziali Transalpine di En Marche! Emmanuel Macron piuttosto che il candidato ‘radicale’ del Partito Socialista Francese Benoît Hamon, tra l’altro, rischiando un vero e proprio incidente diplomatico all’interno della casa dei socialisti europei. Della ruggine?

È davvero un peccato vederlo lasciare la Segreteria per poi mantenere incollato alla poltrona il Tesoriere Francesco Bonifazi con il solo scopo di non perdere il privilegio, in qualità di Segretario, di ‘possedere’ il simbolo del Partito Democratico, mantenendo in ostaggio un intero partito che, piuttosto, per la prima volta, non guarderà con favore a Stoccolma.

Anzi, Matteo Renzi, il politico di rottura, l’uomo delle divisioni, che l’unico ponte da costruire è quello tra Reggio e Messina, è riuscito nel capolavoro di serrare le fila, quelle altrui. 

Egli, infatti, ha ricompattato, al pari di Donald Trump, la sinistra nostrana. E, come se non bastasse, anche quella presente al di fuori del Partito Democratico nonché quella extra-parlamentare.

Non ha visione alcuna Matteo Renzi, e non prende in giro nessuno con la storia ossessiva del 40% perché gli elettori di centrosinistra, soprattutto quelli più là con l’età, comprendono appieno come sia più importante portare a casa una vittoria risicata, attraverso un campo allargato piuttosto che una sconfitta onorevole in solitaria.

Perché, per fortuna del Paese, il Partito Democratico è un partito composto anche da veterani della politica che sanno fare a meno del protagonismo maggioritario, di grandi percentuali nel deserto, e che sanno perfettamente che per portare a casa lo scalpo del nemico occorre essere uniti anche quando esistono divergenze tra le diverse forze politiche  interne ad una coalizione.

Per questo motivo, mi auguro che questa messinscena finisca presto e che Matteo Renzi possa tornare a pensare a se stesso non più come un anziano della politica a fine carriera, ma come un quarantenne con ancora tutta una vita d’avanti. Ha finito le munizioni e continua a dichiarare guerra a chiunque, ha in mano una coppia di sette di picche e bluffa, facendo credere agli italiani di avere in mano un poker d’assi.

Rischia di passare alla storia come il nuovo ‘Ultimo dei Giapponesi’, mentre, invece, dovrebbe mettere a disposizione del suo partito la propria indiscutibile forza elettorale e, magari, tentare di ripensarsi e ripresentarsi più forte di prima, approfittando della natura caduca degli Esecutivi del nostro Paese, come e quando vuole. Si spera, possibilmente il più in là nel tempo. Ne andrebbe, questa volta davvero, della sua carriera politica.

E poi, chissà, perché non accettare per davvero la sconfitta e pensare realmente al bene del campo progressista, formando una nuova creatura politica capace di contribuire a quella che potrebbe una vittoria storica per il centrosinistra italiano? 

 

 

 

 

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