Trump durerà quattro anni, Putin per sempre

epa06246015 Russian President Vladimir Putin (R) and Saudi King Salman bin Abdulaziz Al Saud (L) meet in the Kremlin, Moscow, Russia. 05 October 2017. King Salman is on a three-day visit for talks that are expected to focus on the Syrian crisis and energy. EPA/ALEXEI NIKOLSKY/SPUTNIK/KREMLIN / POOL MANDATORY CREDIT

Si è appena conclusa la tre giorni del più importante vertice russo-saudita degli ultimi decenni. Si è conclusa con importanti novità che potrebbero causare pesanti ripercussioni su Scala Globale. A partire dall’accordo sulla fornitura di missili S-300 Triumf da parte della Federazione Russa al Paese Arabo, è facile intuire come, da oggi, gli equilibri sullo scacchiere internazionale muteranno drasticamente. L’Arabia Saudita è sempre stata, o almeno dai tempi della prima Presidenza Reagan e della, non meno importante, Vice Presidenza Bush, il principale alleato degli Stati Uniti assieme allo Stato di Israele. Oggi, quest’asse, che ha determinato la geopolitica degli ultimi trent’anni, sembra venire meno.

Saudi Crown Prince Mohammed bin Salman (R) bids goodbye to Saudi King Salman bin Abdulaziz al-Saud (L) before leaving on a state visit to Russia, in Jeddah, Saudi Arabia, 04 October 2017. Photo: —/Saudi Press Agency/dpa

A cambiare radicalmente le posizioni in politica estera o, quantomeno, nella politica degli armamenti, è l’attuale ricomposizione dei ruoli interni alla famiglia Saud. E sembra, anche alla luce dei primi provvedimenti in politica interna (vedasi le aperture nei confronti dei Diritti delle donne), che il Paese abbia deciso di cambiare passo, considerato che, l’alleanza con gli Stati Uniti d’America, non abbia fatto altro che portarlo sull’orlo del fallimento. Insomma, pare che la storia si debba ripetere e che la Russia, primo paese a riconoscere lo stato Saudita nel 1926, sotto l’Unione Sovietica, torni a giocare un ruolo chiave nella vita politica di una delle più grandi super potenze del petrolio.

Il 5 di Ottobre abbiamo assistito alla storica prima visita di un sovrano saudita in Russia. L’episodio potrebbe rivelarsi per molti sorprendente, viste le storiche tensioni accumulatesi tra i due Paesi negli ultimi anni a partire dal supporto saudita ai ribelli Afghani negli anni ’80, a quelli Caucasici nei ’90 e, più recentemente, sul fronte Siriano, con i Russi a sostegno del governo di Bashar Al Assad ed i Sauditi schierati con i ribelli islamisti di Jabhat al-Nusra, apertamente sostenuti e foraggiati nel corso della Presidenza Obama. Sorprendente sì, ma fino ad un certo punto, se ci si sofferma a riflettere sulle reali esigenze dei due Paesi in questo momento storico estremamente delicato e dagli scenari sempre più volubili.

Sappiamo per certo che sono stati firmati accordi di fornitura militare per 3 miliardi di dollari, tra cui spiccano dei sistemi antiaerei S-300 uguali a quelli acquistati recentemente dalla Turchia. C’è stato un reciproco impegno di massima a tagliare la produzione di greggio cercando così di arrestare la tendenza che vede in picchiata ormai da diversi anni il prezzo dell’oro nero. I Sauditi acquisteranno grano dalla Russia e si sono gettate le basi per una cooperazione nel nucleare civile, aspetto su cui l’81enne Salman Abdul Aziz Al Saud fa molto affidamento per rilanciare lo sviluppo del proprio Paese.

Così come con Erdogan, Putin si dimostra un leader perfettamente in grado di mettere da parte il sentimento del rancore per raggiungere obiettivi maggiori. Molti si sarebbero aspettati un ‘niet’ da parte del Cremlino ma, evidentemente, per il suo inquilino la soluzione di alcuni problemi di Ryad è propedeutica ad un miglioramento per Mosca. Entrambi i Paesi, per far fronte ai propri budget di spesa, hanno bisogno che il greggio si venda ad un prezzo quanto più vicino possibile ai rispettivi ‘punti di equilibrio’, permettendo, cosi, di onorare i propri impegni senza doversi indebitare.

C’è stato un impegno di massima a ‘contrastare il terrorismo islamico’, ma non è dato sapere come e se questi auspici potranno diventare realtà. Certamente, i pesanti e infruttuosi impegni militari di Ryad, in questa congiuntura, hanno determinato una rapidissima erosione delle sue riserve in oro e valuta: una catastrofe cui si può ovviare solo con un mutuo accordo sul taglio della produzione di greggio e con un parziale disimpegno militare. Un armistizio.

Possiamo ritenere che questo disimpegno possa riguardare la Siria, ma più difficilmente Salman smetterà di guardare allo Yemen come al proprio ‘giardino di casa’ o di competere ferocemente col Qatar e con l’Iran per quanto riguarda l’influenza nella zona. Gli armamenti acquistati, infatti, sembrerebbero presupporre l’eventualità di un proseguimento del confronto con uno o entrambi questi due Paesi.

La Russia non è riuscita a spuntare lo stesso accordo sul taglio del greggio con l’Iran e, pur avendo raggiunto una tattica di collaborazione sulla Siria, difficilmente riuscirebbe a legarsi strategicamente ad un Paese affamato di export petrolifero, di fatto confinante alla Federazione Russa tramite il mar Caspio, e presente anch’esso sul suolo siriano. Nel lungo periodo, insomma, un avversario ancora più temibile di casa Saud. La Russia è diventata un attore imprescindibile nelle sorti del Medio Oriente, dopo esservi stata buttata fuori nella ‘Guerra dei sei giorni’, e non essere riuscita a rientrarci nel conflitto Afghano, possiamo ben dire che quello del ‘Principe’ Putin sia un successo strabiliante, anche se molti non se lo spiegheranno troppo facilmente e non pochi lo vivranno come un ’tradimento’ non si sa bene di che cosa.

This map shows the growth of The Islamic State in Iraq and Syria (ISIS) throughout northern Iraq and western Syria. This map is current as of 6/12/2014.

Riyad, al di là dell’urgenza politica, e del bisogno, di ricostruire una immagine quantomeno positiva agli occhi della opinione pubblica, non ha intenzione di stravolgere la propria linea politico-programmatica. Senza dubbio essa esce da un fiasco clamoroso dal punto di vista militare poiché al di là del terribile danno di immagine nello Yemen, è oramai, di dominio pubblico che l’Isis abbia goduto e goda del suo sostegno economico, come da documentazioni NATO.

Ma, pensare che la più sciagurata tirannia al Mondo sia alle corde, sarebbe comunque un errore: essa, grazie alla strada spianatagli da Stati Uniti d’America e Gran Bretagna, ha avuto la possibilità di diffondere a macchia d’olio, tanto nel Mondo Arabo, quanto in quello Occidentale, la pericolosa ideologia Wahabita, difficilmente considerabile parte dell’Islam, quella parte che è alla base, al contempo, della propria monarchia e dei fondamentalismi perpetrati dai gruppi terroristici di cui ormai i Media parlano quotidianamente.

Pope Francis leaves after laying a wreath at the grave site of the Turkish republic founder, Mustafa Kemal Ataturk, inside the Ataturk Mausoleum in Ankara, Friday, Nov. 28, 2014. Pope Francis arrived in Turkey on Friday at a sensitive moment for the Muslim nation, as it cares for 1.6 million refugees and weighs how to deal with the Islamic State group as its fighters grab chunks of Syria and Iraq across Turkey’s southern border. (AP Photo/Markus Schreiber)

Scuole di pensiero Wahabita sono ovunque, purtroppo esistono gruppi salafiti anche in Italia, soprattutto in Emilia Romagna, per quanto essi siano a carattere dichiaratamente ‘pacifico’. Il vero problema rappresentato dall’ideologia Wahabita nel Mondo Occidentale, per quanto possa apparire ‘strano’, non è di stampo terroristico, ma strettamente ideologico, un oscurantismo che preclude qualsiasi forma di progressismo e di integrazione nella nostra società, e crea, e creerà sempre maggiori divisioni all’interno del nostro tessuto sociale. Inutile dire che nessun apparato Istituzionale Europeo si è mosso concretamente per arginare la diffusione di queste dubbie scuole di pensiero pseudo-religioso, intervenendo solo nel momento in cui si sono manifestati legami con attentati terroristici, e relativi attentatori.

Dell’eterna questione israelo-palestinese, va detto, cionondimeno, come abbia fatto parlare molto di Sé nel mondo Sciita il discorso di Nasrallah, leader di Hezbollah, al giorno di Ashura di quest anno, dove si sono esortati i coloni israeliani ad abbandonare le zone dove si è sconfinato in Palestina dopo aver ribadito nettamente le differenze tra giudaismo e sionismo, tra sefardismo ed ashkenazismo (molto probabilmente con l’intento di influire sulle dinamiche politico-elettorali israeliane) oltre ad aver pronunciato dure accuse a Trump e Netanyahu. Sembra che si stia, forse definitivamente, riaccendendo la fiamma del conflitto in una fase in cui sembra sempre più chiaro che esso debba arrivare ad una conclusione in un modo o nell’altro. Noi, tuttavia, staremo ad osservare in che modo l’attuale egemonia diplomatica della Russia nell’Area, da sempre sostenitrice di Israele (tanti sono gli ex cittadini russi ashkenaziti che vivono nelle colonie), possa contribuire alla risoluzione del conflitto. Un ipotetico accordo di pace rischierebbe seriamente di distruggere l’immagine che si sono costruiti tutti gli attori in gioco dalle primavere arabe in poi, assisteremmo alla prima vera crisi di consenso in Medio Oriente che, data la novità, potrebbe portare a conseguenze ulteriormente imprevedibili.

Va da Sé che, succitati accordi, porteranno senz’altro ad una maggior stabilizzazione della Siria (con relativo ritorno ad i confini pre-guerra), dell’Iraq (con pacificazione tra maggioranza Sciita e minoranza Sunnita) e del Medio Oriente tutto, nonché all’avanzata di un percorso teso in direzione dell’Indipendenza del Kurdistan (il quale, naturalmente, rispetti i confini con le ricche aree di petrolio nel Nord dell’Iraq). In presenza di questi cambiamenti è fin troppo facile pensare ad un ridimensionamento delle posizioni più integraliste, una volta tornati alla pace ed al benessere economico. Ed è altrettanto facile intuire come ci si trovi in presenza di una quasi totale dipartita degli USA dal cuore del Medio Oriente.

Tale fase espansionistica della Federazione Russa porterà, quantomeno, ad un ulteriore potenziamento della propria industria bellica. Per altro, con maggiori entrate vi sarebbero maggiori fondi per la ricerca e l’innovazione di un apparato per certi versi ancora sovietico. Stando agli accordi, inoltre, la Russia avrebbe la possibilità di acquisire sin da subito, previa sua privatizzazione, il 5% del più grande colosso petrolifero al Mondo. Assisteremo ad un taglio della produzione del greggio con conseguente aumento del prezzo al barile. A causa di questa scelta strategica gli USA dovranno aumentare la produzione di petrolio e diminuire l’acquisto di greggio dall’estero in virtù del fatto che il prezzo al barile si fisserà sui 50+ dollari (i colossi petroliferi statunitensi saranno costretti ad aumentare la propria forza lavoro).

FRANCIA UE:STR002. ESTRASBURGO (FRANCIA), 01/02/2016.- El presidente del Banco Central Europeo (BCE), Mario Draghi, participa en el debate del informe anual de la entidad de 2014, en el Parlamento Europeo de Estrasburgo, Francia, el 1 de febrero del 2016. EFE/Patrick Seeger

Per quel che concerne, piuttosto, la politica, l’economia, e le dinamiche politico-elettorali della Unione Europa Europa, dovremmo aspettarci una ingente perdita del potere d’acquisto da parte dei cittadini, un relativo arricchimento dei colossi petroliferi Continentali, una perdita di peso da parte dei Paesi Europei petro-dipendenti, una ulteriore tendenza alla diseguaglianza economica. Ciò causerebbe:
1. Conseguente disaffezione nei confronti dei Governi dei paesi petro-dipendenti
2. Perdita di consenso da parte dei Governi dei paesi petro-dipendenti
3. Crescita dei partiti politici ambientalisti e contro il riscaldamento climatico
4. Crescita di manifestazioni di contrarietà nei confronti dei paesi che con tali politiche inducono a maggior povertà
5. Presa del potere politico da parte delle Forze maggiormente contrarie alle politiche petrolifere
6. Maggiori politiche che tengano a cuore l’indipendenza energetica da parte dei succitati Paesi

Ci sembra possibile che negli Stati Uniti ci possa essere un cambio della guardia già dal 2022, proprio in virtù di questo netto ridimensionamento politico ed economico. Già dalle Mid-Terms, contrariamente a quanto sostengono gli esperti vi potrà essere un ribaltone alla Camera ed al Congresso. Ed, infatti, proprio pochi giorni fa, in occasione di Elezioni Amministrative Locali, si sono imposti in Stati da sempre Repubblicani, due candidati interni alla fazione sandersiana dell’Our Revolution. Nello specifico, i due neo-sindaci hanno vinto ad Albuquerque in New Mexico ed a Birmingham in Alabama. Un vero e proprio terremoto elettorale che impallidisce ai dati Gallup sull’Approval Job del Presidente Donald Trump, sceso sotto il 40% e vicinissimo al 35, e senza omettere i diversi sondaggi che danno i Democrats nuovamente in crescita, 10 punti % sopra il Grand Old Party, nonostante la costante crescita di coloro i quali si iscrivono alle Liste Elettorali da non affiliati. Altro cambio di casacca dovrebbe palesarsi alle prossime Elezioni Politiche Britanniche, dove, anche in questo caso, e per motivi similari e sovrapponibili, oltreché per effetto della cattiva gestione del risultato della Tornata Referendaria che ha sancito l’uscita della Gran Bretagna dalla Unione Europea, la Premier Theresa May non sembra assolutamente essere la nuova Margareth Thatcher e, di contro, invece, Jeremy Corbyn, il Leader del Labour Party, tanto funestato dai Media Liberal, sembra essere divenuto addirittura un punto di riferimento per le Forze Politiche del Socialismo Europeo alla luce della costante crescita del proprio consenso, ormai prossimo a superare il 45%.

THE NOBEL PEACE PRIZE LAUREATES FOR 1994 IN OSLO. (FROM RIGHT TO LEFT): PRIME MINISTER YITZHAK RABIN, FOREIGN MINISTER SHIMON PERES AND PLO CHAIRMAN YASSER ARAFAT
שלושת חתני פרס נובל לשלום לשנת 1994 באוסלו שבנורבגיה. (מימין לשמאל): ראש הממשלה יצחק רבין, שר החוץ שמעון פרס ויו”ר אש”ף יאסר עראפת.

Alla luce di quanto raccontato, dovrebbe saltare agli occhi ai più la possibilità nemmeno poi tanto remota che nei prossimi anni vi potrebbe essere la definitiva dipartita Elettorale da parte del Likud e di Netanyahu, ormai isolato, venendo a maturare uno Scenario Politico Internazionale all’interno del quale risultino egemoni Paesi, Leader Politico-Religiosi e Partiti Politici pro-Giudaismo ed anti-Sionismo. Vi potrebbe essere la ripresa dei Negoziati di Pace mai giunti a conclusione a causa della tragica morte di Yitzhak Rabin prima, e di quella altrettanto tragica di Yasser Arafat dopo.

A cura di
Simone Balsano
Luigi De Michele
Raffaele Mortellaro

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