La paura nei suoi confronti, lo rende uno squalo

Se Berlusconi avesse creduto in se stesso avrebbe vinto le Elezioni Politiche alla Camera dei Deputati, il Popolo della Libertà sarebbe diventato primo partito nel Paese e – cosa più importante – al quarto scrutinio, sarebbe diventato il dodicesimo Presidente della Repubblica italiana.

Provato da mille battaglie, affrontò la precedente campagna elettorale con meno motivazioni, quasi per inerzia, in maniera ridondante, stanca e ripetitiva. Giocò letteralmente in difesa. Perse tutta la sua spavalderia e lavorò d’ostruzionismo e conservazione. Non credette minimamente di potercela fare.

La sua onnipresenza in televisione passò del tutto inosservata. E, dati alla mano, godette più delle attenzioni voyeuristiche degli elettori a lui ostili che di quelle dei suoi estimatori. Una sorta di sindrome di Stoccolma.

Berlusconi, l’uomo per cui tutto è possibile, per cui l’ottimismo è il profumo della vita, per cui il tempo non passa mai, non ebbe previsto una corsa tra granchi.

Se solo avesse sfruttato a dovere l’assist fornitogli goffamente da Santoro e Travaglio durante la puntata di Servizio Pubblico del 10 Gennaio, se avesse approfittato di un ‘gain’ da paura da giocare nei confronti dei suoi elettori tentati da Grillo, se avesse cavalcato l’evento e – quindi – se avesse contrastato la costante erosione subita dal Movimento Cinque Stelle, avrebbe portato a casa almeno quei decimali utili a far diventare la sua coalizione, la prima coalizione.

Twitter ci aiutò a capire come, nei confronti del tre volte Presidente del Consiglio, all’indomani della ormai epica comparsata su La7, si fosse sì mantenuto maggioritario un sentiment di natura negativa (Negativo: 54,6%; Neutro: 23,7%; Positivo: 21,6%), ma come, nella negatività, ci fosse una maggiore tendenza al timore da parte degli utenti (Sarcasmo/Disprezzo: 91%; Paura: 9%). Una polarizzazione con affezioni maggiormente variegate. Un nuovo spauracchio. La paura di una nuova rimonta, di un suo nuovo Esecutivo. Una profezia che si autoavvera.

La rinnovata luna di miele del Cavaliere con i suoi elettori, però, durò pochi giorni. Una luna di miele figlia più della paura dei suoi detrattori, che dell’entusiasmo di chi lo ha sostenuto. Come un cane che ‘fiuta’ la paura del passante e prende vigore. E che, con la stessa facilità, riacquista fiducia grazie all’intervento esperto del padrone.

Purtroppo per il centrodestra, quell’intervento, che c’è stato con l’affaire Monte dei Paschi di Siena, sortì l’effetto opposto: sedò il proprio elettorato. Berlusconi avrebbe potuto approfittare delle sciagure che colpirono il Partito Democratico, avrebbe potuto allungare e riportare a casa i delusi, ma ci si schiantò inspiegabilmente contro, tanto quanto ha fatto Bersani, tanto quanto ha fatto Monti. Colpa di un atteggiamento quantomeno freddo, quantomeno ambiguo. Si scontrò contro la narrazione grillina. Un frontale. La sua campagna elettorale terminò lì.

L’entusiasmo su Twitter calò vertiginosamente (aal 32% al 10,5% del totale del sentiment positivo). E da quel momento – dalla seconda metà di Gennaio – finì la sua corsa. Ne ebbi conferma, sondaggi alla mano. Attraverso le rilevazioni IPR Marketing, infatti, è possibile constatare come in più di un mese – dopo l’effetto sfiducia al Governo Monti – la coalizione di centrodestra non guadagnò praticamente nulla nei confronti della concorrenza. Forse solo un punto percentuale. E forse attribuibile più allo spacchettamento che ad altro. Senza contare la pesca nel mare dell’astensione.

Sembra che il passato sia destinato a ripetersi: come da prassi, infatti, le vagonate di sondaggi commissionati dallo stesso Cavaliere, oggi, infondono paura negli elettorati avversi ed euforia in quello amico. Ciò, negli anni passati, ha causato più di una volta la tendenza all’astensione da parte dell’elettore di centrosinistra e la tendenza da parte degli elettori di centrodestra, rinvigoriti, a prendere d’assalto le urne.

Non foss’altro che a questo giro, in regime di quasi-proporzionale, il Cavaliere ha, per sua sfortuna, le mani legate. Ed infatti, la paura di un suo ritorno sta allarmando gli elettorati avversi, finora sfiduciati, e farà calare Forza Italia rispetto alle cifre astronomiche che circolano sulle sue reti televisive, stretta com’è tra crescita dell’affluenza rispetto a quanto previsto, listarelle amiche in regioni chiave del Sud Italia, Salvini e la Lega a Nord, Meloni quantomeno nel Lazio e l’Abruzzo, Renzi ed il Partito Democratico nelle Regioni Rosse e nelle grandi città del Settentrione, e Di Maio in tutto il Centro-Sud (troppi competitor).

Ecco perché son persuaso dal fatto che non supererà facilmente il 15%, e la sua coalizione il 33. Le regioni che sembrano rispondere meglio sono la Puglia, la Sicilia, la Campania (regioni con bassa affluenza e che non molto potranno apportare al Proporzionale). Ed il Lazio, in virtù della candidatura di Tajani, anche se in misura minore.

Insomma, credo che i sondaggi, ad oggi, e come al solito, cannerebbero di brutto.

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